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La scomparsa di padre Michele Corcione, un gesuita amico che raccontò ai ragazzi la vita di Gesù e mi disse che la scrittura è sempre vocazione.
martedì 12 gennaio 2016
di Pierfranco Bruni

Quanto ha influito la presenza del gesuita padre Michele Corcione nella cultura religiosa meridionale? Una domanda che ci siamo posti già mesi fa a Napoli durante la presentazione del libro di San Giuseppe Moscati e del mio dialogare con Giulio Rolando e con i gesuiti della Chiesa del Gesù Nuovo.

Padre Michele Corcione, amico di linguaggi e di cuore, non c’è più. È stato un punto di riferimento sia sul piano teologico che su quello di una lettura a scavo incrociato della letteratura non solo italiana.
Dalla letteratura alla società. Il mio dialogare con padre Massimo Rastrelli, proprio quando presentammo Giuseppe Moscati, il libro, nella seconda edizione porta la sua Introduzione, mi permise di discutere di due personalità importanti, entrambi meridionali, che hanno cercato di leggere il contesto letterario.
Da un versante padre Discepolo e dall’altro proprio di padre Corcione.
Discutemmo di come fare cultura nella proposta di una teologia della parola che diventa non regola apostolica, ma inquietante ricerca. Su questa strada ci condusse padre Ferdinando Castelli attraverso un raccordare Berto a Pavese e a Ungaretti a Turoldo e la letteratura italiana a quella europea e internazionale in nome del magistero della fede.
Tre gesuiti meridionali, anzi quattro, Corcione di Torre Annunziata, e di un linguaggio napoletani e di Portici Discepolo e Rastrelli, calabrese Castelli. Un percorso che trovava proprio nel beneventano Moscati un intreccio di quelle culture che puntavano lo sguardo alle antropologie delle società e alla antropologia dell’umanesimo.
Padre Michele Corcione discutò di come “spalmare” la letteratura nelle generazioni che hanno bisogno di un apprendimento non generale, ma soggettivo e oggettivo. Indicava una valenza metodologica che era esperienza e testimonianza pedagogica.
Era nato nel 1920 a Torre Annunziata. Ma la sua attività e i suoi incarichi lo portano in Puglia, in modo particolare a Grottaglie, in Calabria e nella sua Campania. A San Francesco de Geronimo ha dedicato un libro storico, ma la sua passione restava il confronto con le letteratura per l’infanzia.
Infatti scrisse una storia di Gesù e una storia degli Apostoli per raccontarla ai ragazzi. Ma sempre di letteratura si parlò applicandolo a modelli educativi. Era nato lo stesso anno di padre Castelli con il quale ho spesso dialogato sul suicidio di Pavese.
Corcione e Castelli tracciavano metafisiche della parola. In entrambi la spiritualità cristiana spingeva a creare un dialogo con lo scrittore attraversando la parola, il logos, lo status. Resta fondamentale il suo narrare, quello di Corcione, il Gesù ai ragazzi. Non è una favola o una leggenda. È la bellezza del raccontare una storia nel mistero e nella sacralità di una presenza che è intrecciata tra la Croce e la Resurrezione. Ma padre Corcione andava oltre lo scritto.
Ho dolci ricordi di quando mi parlava della mia Calabria nella Calabria. La sua presenza è stata un vocabolario non solo di fede, ma di consapevolezza che grazie alla parola ci si incontra.
L’incontro è stato il coraggio di capire l’altro. Anche per questo i suoi scritti ci hanno sempre consegnato una pagina in cui il socializzare e l’educare costituivano il vero modello di una voce evangelica certa.
Una voce che Corcione filtrava dentro il letterario. Ma anche la scrittura è una vocazione, mi disse con sguardo deciso in uno degli ultimi incontri. Si scrive per vocazione e per una epifania dell’anima. Si scrive per vocazione ma anche per evocare, sottolineò. Mi restano dentro queste parole. Sono un tracciato che non può essere dimenticato. Non verrà dimenticato. Dalla Calabria a Grottaglie alla sua Napoli.





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