Intervista a Francesco Lomagistro

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di Luca Michetti
Carissimi lettori del Taranto Post,
questo dovrebbe essere un nuovo spazio dedicato alla musica del vostro pregiato giornale online e la cosa, detta così, mi spaventa un bel po’: io non sono un colto, non un giornalista, né un critico musicale, né un musicista, semplicemente un’ascoltatore di musica e, occasionalmente, uno strimpellatore musicante di un po’ di tutto e di niente, un romantico distratto e disordinato!
Diciamo che se eravate scarsi a stuedeche, mo sono arrivato io!
Per cominciare a riempire questo spazio, oltre a ringraziare il coraggioso Sal Ladiana per avermi chiesto di farlo e Roberto Cardone per averlo fomentato (un’associazione a delinquere!), ho pensato di fare due chiacchiere con un amico tarantino, un musicista, uno di quelli veri, un professionista a pieno titolo.
Sto parlando di Francesco Lomagistro, classe 1972.
Vi do qualche informazione su di lui e poi sentiamo cos’ha da dirci.


Francesco si è accostato per la prima volta alla musica attraverso il pianoforte all’età di dieci anni, qualche anno dopo inizia lo studio della batteria privatamente, spostandosi regolarmente a Roma. In seguito si perfeziona frequentando stage tenuti dai più grandi maestri dello strumento come: Peter Erskine, Kim Plainfield, Dave Weckl, Paul Motion, Gregg Bissonette, Bill Drummond. Frequenta i corsi della Berklee (la scuola jazz di Boston, la più importante del mondo) durante Umbria Jazz e nel 1995 inizia gli studi della percussione classica.
Nel 1999 vince il primo premio, come migliore improvvisazione, del concorso per batteristi e percussionisti all’interno del "Festival delle Gravine" per l’esecuzione di un pezzo scritto per due batteristi di Gary Chaffe. Dal ‘99 è endorser della UFIP (nota ditta produttrice di piatti per batteria) e dal 2005 è membro del Vic Firth Educational Team (USA).
È diplomato in lingue e laureato in Percussioni presso il Conservatorio `N. Piccinni´ di Bari.
Ha collaborato e suonato in diversi ambiti con artisti di calibro nazionale ed internazionale come Milva, Antonella Ruggero, Cecilia Gasdia, Mariella Nava, Kelly Joice, K.F.Jackson, Joice Youille, Joi Garrison, Arthur Louis, Paola Arnesano, Elio, Mimmo Locasciulli, Freak Antoni, Erz, Silvano Chimenti, Fabrizio Sotti, Antonio Marangolo, Ettore Carucci, Guido di Leone, Cicci Santucci, E. Scoppa, P. Ciancaglini, P. Sebastiani, F. Puglisi, Toni Formichella, James Thompson, Tino Tracanna, Teo Ciavarella, G. Bassi, Vito Di Modugno, Orchestra del DAMS, Orchestra della Magna Grecia, Orchestra del Paisiello, Black Mighty Orchestra, Black and Brown, etc.
E´ attualmente leader di un nuovo progetto discografico della Flaminio Jazz-
Family Affair: Berardi Jazz Connection.
Le sue registrazioni sono molte e di pregio: Honey Santucci Scoppa, To the sky Black mighty Orchestra (Irma records), Echoes Ohm Guru (Irma records), Cool Affair Black and Brown (Irma records), Et pourquoi pas Ninfa (Virgin), Top Sensation Ninfa (Virgin), Rinuncia Valentina Gravili (Storia di note), Qui la legge non vale S. Delacroix (Hobo-Sony), Desernauta Erz (Universal), Concerto di natale Orchestra della Magna Grecia, Ne dentro ne fuori D-Cue (Groove-it), Scegli me D-Cue (Groove-it Universal), Tutti pazzi per Rettore D-Cue ( Vitaminic- Edel), La maison n 5 Fer.Menti LOCALI (Antibemusic- Family Affairs), fino alla recente opera originale The Way I Like BerardiJazzConnection (Antibemusic-Flaminiojazz).


l: Ciao francesco,
innanzitutto voglio ringraziarti per la gentile disponibilità che ci hai mostrato per questa chiacchierata e approfitto subito per farti i miei migliori e incondizionati complimenti per la tua arte e la tua professionalità.
non è cosa da tutti i giorni infatti incontrare musicisti così preparati, non è per sviolinare, ma credo profondamente che tu sia tra i pochi artisti tarantini che hanno maturato una tecnica, una sensibilità e un'esperienza che vanno ben oltre lo stagno dei due mari.
Qual è stato il tuo percorso e come la tua crescita è stata condizionata dal
Vivere a Taranto dove, come sappiamo, l'attenzione verso la professionalità musicale e il rispetto dell'arte sono componenti quantomeno “rari”?


f: Essere cresciuto a Taranto non ha posto limiti alla mia sete e voglia di conoscere e studiare in maniera approfondita il mio strumento, la batteria.
Appena potevo ero su un treno o in macchina per raggiungere le città di tutta Italia e frequentare stage, seminari o anche per una semplice lezione di poche ore che potesse arricchire il mio bagaglio musicale, per poi tornare a casa a lavorare ogni giorno sul nuovo materiale.
In seguito è stato inevitabile per me trasferirmi, in due periodi separati, in due città, Roma prima e Bologna dopo, per vivere lì dove ci fosse un fermento ed un attenzione concreta alla vita musicale, quindi dove ho potuto fare diverse esperienze professionali. Spezzo comunque una lancia a favore di quelle persone che ci sono nella nostra città e che cercano di dare uno spazio alla cultura, anche se fra molteplici note difficoltà.

l: Sono felice di essere smentito, anche se solo parzialmente!
Le difficoltà di dare attenzione all’arte, alla musica, sono secondo te limitate alle condizioni di Taranto, a quelle del sud o a quelle dell'Italia in generale? Hai mai pensato di provarti su un campo fervido di talenti, all'estero, in un ambiente attento a "certe cose"? Cosa ti aspetteresti da un'esperienza del genere?


f: Taranto e il sud sono ricche di risorse umane, quindi di musicisti straordinari. È fondamentalmente un problema di cultura, l’Italia è un paese che dovrebbe e potrebbe vivere di rendita se solo si pensa al passato ricco di personaggi storici che hanno dato vita alle più belle arie e sinfonie della storia. Forse non si dà il giusto valore alla musica: si dovrebbe offrire l‘educazione ad uno strumento sin da piccoli, nelle scuole, come in America e sviluppare e valorizzare le possibili opportunità lavorative che offre la musica. Ancora oggi l’unica istituzione riconosciuta è il conservatorio di stato che, nonostante le recenti riforme, resta radicato nella formazione prettamente classica quando invece si dovrebbe dare la possibilità di scegliere anche dei percorsi moderni.
Per quanto mi riguarda ho in cantiere un viaggio negli States, dove è nata la musica che io amo, il jazz, e dove è davvero possibile confrontarsi con dei talenti straordinari e sopratutto dove la musica è al centro dell’attenzione, dove si “rischia” di imparare tantissimo anche solo assistendo ad uno dei tanti concerti in programmazione nei jazz club della grande mela.

l: Oltre alla crescita musicale che inevitabilmente avresti grazie al confronto con gli artisti e ai maestri d'oltreoceano, pensi che si potrebbero accumulare stimoli e suggerimenti di natura imprenditoriale? Tutti i musicisti di Taranto sarebbero più che felici di avere, per esempio, uno spazio multifunzionale dove poter imparare da maestri importanti come te e mettere in pratica gli insegnamenti in sale prova attrezzate, in laboratori di musica d'insieme, avere la possibilità di registrare e di essere, perché no, prodotti. Sto sognando troppo?

f: Sognare non è mai proibito! Sicuramente si può prendere spunto dai programmi delle più note scuole americane o dal loro sistema organizzativo, ma non credo sia indispensabile. Io nel mio piccolo lo faccio già con i miei allievi e non vi nascondo che più di una volta ho pensato di mettere su qualcosa di più completo come una scuola, insieme con altri colleghi. Per quanto riguarda un centro multifunzionale, cosi come l’hai definito, potrebbe anche essere, ma ci sono già delle realtà, tipo sale prova o studi di registrazione, dove i gruppi possono aggregarsi e dare vita a qualcosa di proprio.

l: Sabato 11 febbraio la Berardi Jazz Connection ha presentato "the way i like" in un’ottima location, quella de La Palma, a Roma, uno dei club più importanti d'Italia, firmato fandango. Un pubblico numerosissimo, in piedi, attento, una grande serata, ottimamente riuscita, che ha fatto parlare di se su diverse testate nazionali e riviste specializzate.
Ascoltando l'esibizione notavo come magicamente simbiotico fosse, sul palco, il rapporto tra te ed Ettore Carucci (cofondatore del progetto), un’intesa emozionante, sul filo del pensiero comune, quando non è uno a seguire l'altro, ma si respira insieme sugli stessi istinti; la percezione è tale da far intuire all'uno quello che l'altro suonerà un attimo prima che lui lo suoni. Quanto è vero questo? E quanto contribuisce alla conoscenza reciproca?


f: Si chiama interplay, ed è fondamentale!! Sopratutto nel jazz, dove un brano suonato una sera potrà e sicuramente sarà diverso la sera seguente.
Questo feeling che intercorre fra Ettore e me è frutto di tanti anni di conoscenza e di concerti insieme; è l’anima della musica, è quella cosa che c’è, ma non si studia, che ti fa viaggiare sospeso sempre ai limiti, in attesa di un piacevole imprevisto.

l: Trovo ingiustamente limitante considerare solo due modi di essere, come dice Celentano, “rock” o “lento”!
“…viaggiare sospeso sempre ai limiti, in attesa di un piacevole imprevisto” è una frase che ricorderò e per cui ti sono grato, vuol dire essere “jazz”!!
In "the way i like" si apprezzano subito le grandi doti dei musicisti, esecuzioni esemplari, una cura del suono volutamente ruvido e per niente artefatto dagli editing digitali da studio, scelte che condivido molto sul piano del gusto personale.
Non voglio nasconderti, però, che rimango un po' con l'acquolina in bocca: ho avuto la sensazione che l'obiettivo che vi siete prefissati sia stato di un disco non particolarmente impegnativo sul piano compositivo, quanto di un eccellente ed espressivo fondo che potesse conquistare un pubblico non esigente, quindi più ampio. Queste scelte, ammesso che io ci abbia preso (!), sono state dettate dalla difficoltà di fare un disco jazz in Italia? Oppure era una volontà della produzione? Parlaci, se vuoi, della Flaminio jazz e delle persone che hanno voluto realizzare la vostra opera.


f: Quasi niente di tutto questo!
Mi spiego: questo disco è assolutamente un disco libero da ogni costrizione commerciale o di qualsiasi altro tipo, la scelta compositiva rispecchia sicuramente un prodotto easy listening, ma legato ad un sound ben preciso e dai connotati minimalisti, che si colloca in una precisa branca del jazz che sicuramente raccoglie un pubblico più vasto ...perchè no!? E poi chi lo ha detto che ‘impegnativo’ non leghi con ‘semplicità’?!
A proposito del nostro produttore Claudio Donato e della Flaminio Jazz, vi racconto un aneddoto simpatico! Dopo aver registrato una demo non definitiva facemmo girare il prodotto fra un po’ di addetti ai lavori e in un caso particolare spedii il cd proprio a New York, presso Fabrizio Sotti, un amico e un chitarrista eccezionale con il quale collaborai molti anni fa, nonché produttore per la Blue Note della famosa cantante Cassandra Wilson. Fabrizio mi consigliò di fare ascoltare il lavoro ad un produttore romano e “detto fatto”: ricevetti una telefonata da Claudio e di lì a poco eravamo in studio per registrare ‘The Way I Like’. La Flaminio Jazz, che è una divisione della già nota Antibemusic, è un’etichetta giovane ma sapientemente guidata.

l: Ancora l’America! Ho scoperto che The way i like sta avendo un certo riscontro proprio in quella e in altre terre lontane grazie al web e alle radio.
Sembra proprio che le stelle e le strisce vogliano dare ai due tarantini lo stimolo per raggiungerle e per farsi valere! Con quale spirito pensi a New York rispetto al modo con cui vedesti Roma e Bologna? Possiamo sperare in un tour della Berardi Jazz che arrivi fino al 131 della West 3th st.?


f:
‘le vie del Signore sono infinite’ diceva qualcuno! Certo che fra Roma, Bologna e la ‘Big Apple’ c’è una grossa differenza. NY è il jazz! Lì devi davvero confrontarti, non solo con i capi saldi, ma anche con nuove leve che sicuramente hanno le carte giuste per poter diventare dei grandi. È importante saper riconoscere i propri pregi e i propri limiti percorrendo dritti la propria strada, sempre con i piedi per terra e uno sguardo verso l’alto. E comunque non solo è vero quello che dici, ma ti dirò di più: stiamo avendo dei buoni consensi anche dal Giappone, dato che il disco è distribuito anche lì! Ho avuto il piacere di vederlo nei top 30 dei dischi jazz più venduti di un famoso mega store, in un paio di settimane, insieme a gente come Corea, Steve Gadd, Christian Mc Bride , Brad Meldhau, e altri grandi nomi. Un’emittente radiofonica di New York, sulle frequenze WQCD-FM e KJZY-FM, chiamata Groove Boutique, ha incluso da diverse settimane nelle playlist delle sue programmazioni alcuni brani del disco e noi ne siamo davvero felici!!

l: Torniamo a te, una vita a studiare sui tamburi, uno studio che per musicisti della tua caratura, inizia un giorno, da piccoli, e non finisce mai più.
Ti sei costruito con determinazione e caparbietà, contrastando tanti problemi, sei diventato un jazzista talentuoso; contemporaneamente hai seguito il percorso di formazione più tradizionale, quello del conservatorio e ti sei diplomato in percussioni. Collabori anche con orchestre classiche come quella della Magna Grecia, che restituisce lustro alla nostra città in giro per l'Italia e per il mondo.
Il rigore, la precisione e il rispetto per lo spartito, che hai nella musica classica sono per forza parte integrante del tuo modo di essere musicista, come convive tutto questo con il flusso di coscienza che riesci così meravigliosamente ad esprimere nelle improvvisazioni che sono proprie dell'essere jazz?


f: Innanzi tutto sono davvero lusingato dalle tue premesse, ti ringrazio. Partendo dal presupposto che non si finisce mai di imparare o di studiare, il mio percorso da “studente” è stato un po’ insolito nel senso che ho avuto modo di studiare prima con i maestri americani più famosi, quindi di concezione moderna e poi mi sono avvicinato agli studi classici in conservatorio, per una formazione più completa che mi ha permesso di conoscere la percussione in orchestra e che mi ha avvicinato a strumenti come il pianoforte, la marimba, il vibrafono, i timpani, etc.
Consiglio comunque, dal mio piccolo, di non diventare succubi degli schemi impostati da un ostinato accademismo, ma di avere sempre quella elasticità che possa permettere di valorizzare l’estro.
Il jazz è, per quanto mi riguarda, il miglior modo per esprimere liberamente quello che si ha voglia, quello che si è veramente!

l: Oltre ai lavori della berardi jazz (a proposito, "berardi" mi ricorda qualcosa…!), hai in mente di registrare un disco a tuo nome che dia piena soddisfazione ai jazzofili più incalliti? Se si, posso chiedere come te lo immagini?

f: Innanzi tutto sveliamo l‘arcano sul nome del gruppo (Berardi Jazz Connection), Via Berardi (a Taranto e non a Roma come ha scritto qualcuno, ndr) è la via dove io avevo un appartamento adibito a sala prove, dove passavo gran parte delle mie giornate a studiare e a suonare, e dove proprio con Ettore iniziammo a suonare i primi standard jazz e a comporre qualcosa di nostro. Non poteva esserci un nome più azzeccato!
L’idea di fare un disco da ‘batterista leader’ è un impegno non indifferente, che mi assumerò quando riterrò di avere qualcosa di concreto da dire, forse quando aumenteranno i capelli bianchi!!! o chissà...!

l: Francesco, ti ringrazio sinceramente per averci permesso di conoscerti un po' meglio, voglio salutarti con la speranza che ho nel cuore che tu possa avere sempre tutti gli strumenti necessari per realizzare quello che hai nella testa, sarà certamente un bene per tutti!

f: Sono io a ringraziare te per l’ opportunità che mi hai dato… Buona Musica...


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