E adesso chi bagnerà le “graste” sul ponte girevole?
Si è sfiorato il dramma nella tragedia, qualche giorno fa a Palazzo di Città. Il giardiniere comunale, già messo a dura prova dal superlavoro di questi anni a causa degli afflati floreali di Rossana Di Bello, stava bagnando le piantine prospicienti l’ufficio del Sindaco, quando ha distintamente sentito la frase: “Basta, adesso pianto tutto!” Puverjidde: esclamando “Madòò!!!”, ha azzuppàte ‘nderre, con conseguente corsa al S.S. Annunziata; dove, per fortuna, è stato dapprima fatto rinvenire e quindi rianimare, spiegandogli che la frase era metaforica e che voleva significare che il Sindaco si era dimesso. “Ce vòle dìcere dimesso?” “Ca s’ha licenziate!” “Madòò!!!” e il giardiniere è svenuto la seconda volta, stavolta per la gioia, pensando che chiunque potrà essere eletto certamente non lo farà lavorare più di quanto non abbia fatto l’attuale Sindaco.
Tralasciando le motivazioni contingenti che hanno indotto Rossana Di Bello ad assumere la grave decisione di dimettersi, vorrei provare ad evidenziare il rischio a cui Taranto potenzialmente va incontro.
Taranto è stata sede di un’elezione comunale meno di un anno fa, nel quale si è verificata la rielezione al primo turno, in maniera abbastanza netta. Come reagirà il corpo elettorale di una città da decenni devastata economicamente, socialmente, ed in continua emergenza ambientale alla caduta rovinosa di uno dei pochi personaggi capaci di coagulare il corpo elettorale, altrimenti scettico e disincantato? Difficilmente l’attuale compagine di governo cittadino saprebbe esprimere al proprio interno un candidato altrettanto carismatico e capace di superare le tante buche disseminate sul terreno dall’attuale giunta. Soprattutto in un momento in cui la crisi del centrodestra è di carattere nazionale. Allo stesso tempo, in una sorta di “Aspettando Godot”, Taranto è in perenne attesa di un esponente di sinistra di cui potersi davvero fidare, un esponente di sinistra non appiattito sulle posizioni di un sindacato impegnato da sempre unicamente in una vana difesa dei posti di lavoro della grande industria (che quando ha voluto ha potuto epurare a piacimento). Un esponente che “dica qualcosa di sinistra”, ma possibilmente non vecchia di cinquant’anni. Se quindi, come al momento il quadro reale ci induce a pensare, i due schieramenti non saranno capaci di rassicurare il corpo elettorale, allora diviene reale il pericolo dell’antipolitica di tipo populistico, che già quindici anni fa produsse un fenomeno, destinato a durare comunque pochi anni (troppi!), poi spazzato via dalla tanto vituperata (da alcune forze politiche) magistratura che, causa l’assenza della politica, da sola ha provveduto a mettere alla porta in questi anni, in Italia, tutte le pericolose deviazioni del potere politico.
A mio modesto parere, l’unico modo per i due schieramenti di venir fuori dall’empasse che si sta venendo a creare (sempre che il Sindaco dimissionario non decida di prolungare l’agonia di questa giunta tornando sui suoi passi) è il seguente. Cercare più di una personalità nella società civile, che siano specchiate, integerrime, aliene ai giochi di potere ed indire primarie. Primarie alle quali dovrebbero partecipare tanto i candidati delle nomenclature di partito quanto queste new entry. Non ho dubbi che i tarantini decreterebbero il successo dei candidati “esterni”. Perché allora mettere in competizione i quadri di partito con i candidati della società civile? Perché occorre un momento catartico ben definito, nel quale i cittadini possano esprimere chiaramente il loro malcontento verso l’intera classe politica jonica degli ultimi venticinque anni, attraverso un democratico, liberatorio, irriverente, “calcio in culo”!
Non mi faccio soverchie illusioni: i nostri si farebbero inchiodare alla poltrona pur di non perderla.
E poi non è detto che alla fine non ci sia il coup de théâtre dal titolo scontato: “Torna a casa, Lassie!”
Si vocifera che la supplica più struggente recapitata a Rossana Di Bello e scritta da un gruppo di simpatiche nonnine di Tarde Vecchie, alla fine si chiudesse così: ”Rossà, e mò ci è ca le vè vagne le graste d’ù ponte girèvele?”
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