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La morte di padre Ferdinando Castelli.
lunedì 16 dicembre 2013

Lo scrittore tra Dio come tormento e le sentinelle dell’Assoluto.

da csrbruni@alice.it




Ho voluto bene, in silenzio, a padre Ferdinando Castelli

Io Neria Francesco e padre Castelli

 

di Pierfranco Bruni

 

 

 

Ho voluto bene, in silenzio, a padre Ferdinando Castelli. Nato nella mia stessa terra. In Calabria. A San Pietro di Carida, nella antica provincia di Reggio Calabria. Nel 1920. L’anno in cui è nato mio padre. Tanto ho imparato dal suo “ragionare” di letteratura. Di letteratura nell’inquieto vivere.

Tanto se ne parlava, in anni non lontani, insieme ad un maestro di letteratura che ha legato, in fondo, i nostri pensieri, ovvero Francesco Grisi. Francesco a lui deve quel titolo inquieto, ma straordinariamente papiniano, che è “Scrittori cristiani, volenti o nolenti”. Ci trovammo insieme a presentarlo in una serata romana, in un intreccio di discussioni sul nostro Giovanni Papini che dall’inferno dell’uomo finito ha viaggiato sino alla confessione della vita di Cristo.

Padre Castelli. Poi. L’ho trovato, ritrovato, tra le parole dei miei camminamenti negli incontri  anche con Neria De Giovanni, che è stata l’ultimo critico letterario a discutere e a presentare il recentissimo suo libro edito da Libreria Editrice Vaticana dal titolo “Meditare il Natale. Letteratura e Spiritualità”. Il libro presentato il 13 dicembre, nei “Venerdì di Propaganda” a Roma,  proprio mentre padre Castelli si spegneva.

Ho parlato con Neria di questa presentazione. Il filo sottile di una religiosità che fa intrecciare gli spiriti inquieti e terribili. Ho molto pensato a questo nostro viaggiare tra la letteratura che è diventata vita, con la testimonianza di un cristiano come Carlo Bo, molto amico di padre Castelli, al quale dedica un libro nel 1996, e altro mio suggeritore di letteratura, in parole dette, non pronunciate, ascoltate tra Grisi, Neria De Giovanni e il mio incompiuto cammino verso la cristianità al quale padre Castelli dava un senso.

Questo immenso mondo gesuita che ha saputo leggere il destino e la tragedia di Cesare Pavese, argomento più volte affrontato con padre Castelli, ha intrecciato il superamento del tragico nella ferità della Croce. Ma tra Grisi, padre Castelli e me c’è stato sempre di mezzo Giovanni Papini. Cercare nello scavo di ogni uomo la pietà e la contemplazione.

La letteratura può avere un senso soltanto se la si vive. Può avere un senso se il legame tra la parola e i giorni assume la dimensione di quel teatro del mondo, Calderon de la Barca, che ci “costringe” ad abitarlo (Maria Zambrano) sino in fondo tra le “cadute” e il superamento di sentirsi uno  “straniero” (Camus). Forse anche dentro questa visione padre Castelli cercava, in quegli anni folli papiniani insieme a Grisi nella Roma devastata e devastante e dei miei amori proibiliti, di farmi capire l’orizzonte dell’uomo in rivolta (Camus), che ha sempre attraversato la mia anima.

Non ho mai smesso, da cristiano incompiuto sulla via del sogno e dell’alchimia, di considerare quel Dio come tormento. È anche il titolo di un libro del 2010 di padre Castelli: “Dio come tormento. Da Dante a Borges, scrittori di fronte al  Mistero”.

Neppure ho smesso di cercare gli orizzonti dell’ignoto che cavalcano i sentieri dell’assurdo che hanno senso nella mia vita come nella vita di molti scrittori che segnano il filo dell’inquieto religioso. E su questo padre Castelli ha segnato una delle testimonianze più toccanti: “Se ci fosse un Dio. Scrittori alla ricerca del senso della vita”, (2008).

La domanda che padre Castelli ha posto agli scrittori ma alla letteratura ha questo suono: "Non tutti ci offriranno risposte convincenti, ma tutti ci diranno che forzare le porte del mistero per essere illuminati sul senso della vita non è opera da folli, ma da pellegrini saggi e coraggiosi".

È certo che gli scrittori che provengono dalla scuola de “Il Frontespizio” (rivista imponente degli anni Trenta) hanno come riferimento il San Francesco che ha l’umiltà nella carità e quel Jacopone che per troppo amore capì il troppo umano.

Certo che sì  che nella letteratura dell’inquieto la figura di Ignazio di Layola è definente ma, in padre Castelli, l’autobiografia o biografia vera  per uno scrittore diventa determinante perché è nella vita che si custodiscono le “sentinelle dell’assoluto”.

Mi mancherà, padre Castelli. Forse uno degli ultimi approdi ad una comprensione “non razionale” della letteratura mi è stata suggerita nel momento in cui si parlò di Giovanni Boccaccio. Il suo saggio sull’opera di Boccaccio uscì quasi in contemporanea con il mio saggio (scritto insieme a Marilena Cavallo) e la lettura che propose (cfr. “Civiltà Cattolica” II 3 – 104) è dentro l’uomo dell’inquieto. L’uomo in rivolta, tra le pagine della vita e della scrittura, ha dell’inquieto. Mai dell’immorale.

Padre Castelli offrì una interpretazione in cui le “istanze religiose” sono in un Boccaccio letto oltre il moralismo, e soprattutto oltre l’accademia scolastica, ed io catturai, in volo, lo splendore degli occhi di Fiammetta per renderla protagonista inquieta nella coscienza inquieta di Boccaccio. Ma, questi, sono soltanto dei dettagli che mi hanno legato a padre Castelli.

L’inquietudine non è nell’uomo che vive il contemporaneo. L’inquietudine è nel suo veleggiare tra i porti e gli approdi non raggiunti, ma volutamente mancati.

“L'uomo, fra tutti gli esseri che sono in terra, è il solo che si sforzi d'imitare il suo padre antico, che tenti di tornare, nei suoi più vivi ed alti momenti, allo stato del sole o almeno di assomigliarsi a lui”. È di Giovanni Papini questa cesellatura.

Cosa ci resta dopo il viaggiare tra le rive dell’uomo finito? Nel mio incompiuto essere cristiano c’è sempre il dio del Sole. Un argomentare rimasto a metà tra me e padre Castelli proprio nel momento in cui i segreti diventano Mistero.





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