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La Francia e Napoli nella vita di D’Annunzio sono chiavi di lettura da ripensare.
lunedì 14 luglio 2014

da micolcultura@alice.it


Marilena Cavallo


C’è un D’Annunzio che trova l’estetica del viaggio nella sua Francia “abitata” metaforicamente a Napoli tra il popolare e il nobile

C’è un D’Annunzio che trova l’estetica del viaggio nella sua Francia “abitata” metaforicamente a Napoli tra il popolare e il nobile

 

 

di Marilena Cavallo

 

 

 

La Francia e i luoghi di un francesismo vissuto come estetica sono “abitazioni” metaforiche in Gabriele D’Annunzio. La cultura italiana del Novecento ha una ricca eredità francese. Forse più francese che tedesca o spagnola. Lo scrittore che ci conduce verso questo luogo della poesia e della vita, dell’esistere e della fuga resta Gabriele D’Annunzio.

D’Annunzio, tutto sommato, ebbe anche una eleganza francese in quel  suo sublime raccordo tra la vita e la letteratura.

La Francia è nel suo essere personaggio dell’estetica, ma c’è da dire che non si tratta soltanto di una questione biografica. Non si tratta della sua permanenza in Francia per cinque anni. Non si tratta dei suoi rapporti con il mondo culturale, con le donne, con i luoghi. C’è sempre qualcosa di più in D’Annunzio. Ed è sempre un intrecciare la vita all’estetica.

Soggiorna tra Parigi e Arcachon e tra l’altro scrive e pubblica i versi inclusi in Merope dedicati alla celebrazione della guerra Italo – turca, oltre alla tragedia in versi la Parisina, composta nel 1912 e musicata da Pietro Mascagni. 

D’Annunzio ha sempre considerato la Francia non soltanto il Paese dello stile e dei profumi nell’eleganza delle donne, ma quando l’Italia fascista strinse il patto con la Germania, D’Annunzio, nel condannare questa sciagurata alleanza, aveva consigliato Mussolini di stringere un accordo con la civiltà latina della Francia, considerata l’unica Nazione con la quale l’Italia poteva confrontarsi per storia e cultura.

Rimase in Francia sino al 1915. Vi era giunto nel marzo del 1910.

Tradotto con interesse in Francia, egli stesso scrive in francese e compone il Martirio di San Sebastiano, musicato da Claude Debussy, in lingua d’oìl. Uno dei romanzi che ha fatto tanto discutere la cultura francese degli inizi del ‘900 è stato il romanzo Il fuoco. Romanzo, quasi delle conclusioni esistenziali e letterarie di D’Annunzio, che è stato tradotto, con non poche difficoltà e discussioni, da Georges Hérelle, il quale aveva già tradotto altre sue opere come L’Intrus, L’Episcopo et Cie, Le triomphe de la mort, L’enfant de volupté, Les viere aux roches.

Ma intorno alla traduzione de Il fuoco che si apre una significativa discussione sul legame tra testo originale e traduzione. Il fuoco è un romanzo che presenta un articolato linguaggio nella sua forma anche sintattica, in cui la liricità e il vocabolario, in alcune parti, di termini dialettali costituiscono per il traduttore una interpretazione che ha bisogno di una chiave di lettura che fa i conti con la visione estetica della parola dannunziana.

Il linguaggio trasformato nel sublime e nell’estasi di segno prettamente dannunziano ben si addice ad un confronto con la letteratura francese che accoglie benevolmente la presenza di una grande scrittore come D’Annunzio, tanto da far scrivere a Marcel Proust in una lettera indirizzata a Fernand Gregh, datata 3 dicembre 1901, che D’Annunzio è un “grande scrittore” e aveva molto apprezzato le traduzioni.

È Il fuoco che fa discutere. Sostanzialmente si tratta del suo penultimo romanzo, che prima di essere tradotto in volume, vede la pubblicazione, a puntate, sulle pagine della “Revue de Paris” dal 1 maggio al 15 luglio del 1900. in Italia, infatti, aveva visto la luce proprio nel 1900.

Perché Il fuoco si presta ad una discussione proprio sul piano della traduzione intavolando una vivace discussione con il suo traduttore Georges Hérelle (1848 – 1935)? Lo si è già accennato. Ma occorre ribadire che questo romanzo è il romanzo più vissuto da D’Annunzio, nel quale si racconta la straziante storia d’amore con Eleonora Duse.

La Duse era ben conosciuta in Francia. Poi perché D’Annunzio sosteneva la intraducibilità dei termini dialettali e la completa fedeltà della trasposizione lirica del romanzo e su questo insisteva sul fatto che bisognava rispettare, senza alcuna libera interpretazione linguistica, il senso lirico del linguaggio attraverso una vera e propria “filosofia del tradurre”.

Un senso lirico che doveva mantenere la piacevolezza della scrittura che doveva unificarsi con la piacevolezza della lettura, oltre al fatto di restare fedeli ai nome dei personaggi. Ovvero i personaggi del romanzo non dovevano assolutamente mutare i loro nomi nella traduzione. Una richiesta di completa fedeltà al testo. Chiedeva il rispetto della impostazione lirica ma anche il rispetto della lingua italiana.

Con la Francia, comunque, giuntovi, come ebbe a dire, in “volontario esilio”, ma in realtà perseguitato e inseguito dai creditori con i quali aveva accumulato incendi debiti, intrattenne ottimi rapporti. Ma nella Francia di D’Annunzio c’è l’ascoltare i salotti della Serao, di una Napoli “viziosa” ed elegante, popolare e nobile. Quella Francia è come se fosse una metafora del bello nella Napoli che, per D’Annunzio, non ha mai perso il senso dell’estetica.

La Francia e Napoli nella vita di D’Annunzio sono chiavi di lettura da ripensare.

Oltre i rapporti si potrebbero analizzare i percorsi letterari successivi alla permanenza di D’Annunzio in Francia. Nei suoi romanzi e nella sua poesia ci sono intrecci e “correlazioni” che rimandano a quell’Invito al viaggio che è vitale nel linguaggio dannunziano.




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