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Contributi culturali da Pierfranco Bruni
lunedì 6 aprile 2015

- G. Mazzei: Pierfranco Bruni a 40 anni dalla prima pubblicazione
- P.Bruni: a cento anni dal genocidio armeno
- Bruni/De Giovanni: dall'Albania a Cuba

da csrbruni@alice.it




Raccontando Pierfranco Bruni a 40 anni dalla prima pubblicazione:

Raccontando Pierfranco Bruni a 40 anni dalla prima pubblicazione:

Un poeta tra Ulisse e la spiritualità sciamanica

 

di Gianni Mazzei

 

 

 

 

“Ciò che è onticamente più vicino e noto,è ontologicamente più lontano”(Heidegger in “Essere e tempo”):l’arte si nutre di distanza, di stacco sensibile e chiarezza intellettuale.

Pierfranco Bruni nella sua poetica pone chiaramente tale assunto, con la stessa densità e lungimiranza del Napoleone hegeliano che, dopo la battaglia vittoriosa di Jena, dall’alto della collina,sul suo cavallo, domina lo spazio, lui “occhio del mondo”( la stessa definizione che poi dell’arte darà Schopenhauer):” a quest’ora/ (in paese)/ il crepuscolo/ha tinteggiato /le colline/    da qui /misuro/le distanze”.

Sono versi rivelatori sia per lo stacco spaziale tra il presupposto(le colline) e poi la consapevolezza e la funzione di misurare le distanze; sia perché è la luce del crepuscolo( una luce mediterranea,non accecante e cinica) a creare la varietà del paesaggio,la loro individualità e quindi le distanze tra esse e in rapporto al punto di osservazione,il poeta; sia infine per quel “mensura” che ricorda la prima affermazione della centralità dell’uomo, con Protagora “l’uomo è misura di tutte le cose”.

E come il filosofo greco, il poeta Pierfranco, oltre al rapporto dinamico e mai certo di chi misura e le cose misurate, pone la metodologia di tale operazione, partendo da se stesso come uomo( gli amori,le sconfitte,) per allargarsi al paese( lui che si considera un paese in fuga) fino all’orizzonte ultimo della storia e del mito, che accomuna quotidianità e momenti sublimi, nella sezione “viaggioisola”. E né dimentica la prima fondamentale distanza che si ha tra il fluire della vita nel tempo e la scrittura,le parole che, cristallizzando della vita i succhi come se la si perda, paradossalmente,facendola uscire dal contingente, la consegnano all’eternità. Nel “ Il graffio della sera” è enunciata,con immagini trasparenti ,tale poetica tramite i diversi sensi della parola (e nel ritmo veloce è un riandare al concetto stilnovistico di Cavalcanti di “parole alate”): le parole che si danno appuntamento,parole che si tramutano in silenzio per durare,parole dimenticate,gioco delle parole,parole che ricompongono sentimenti o che sono illusione di vita,che nascondono,che tradiscono e angosciano,che sono finte,che consumano la vita,che sfumano nel buio,che danzano,che sfuggono,che non si dicono e non dimenticano.

Sono le parole che vivono nel dialogo dell’amore,tra tradimenti e promesse, che dicono di sogni e di albe,come di ritorni e partenze, che hanno la dolcezza dello sguardo e la rapacità delle mani sul pube: è singolare come in Pierfranco Bruni la tramatura delle parole ridisegni,sottraendola al quotidiano e ad ogni storia singola per salvare e farla diventare paradigma di ogni storia, la vita,in quel rapporto salvifico tra un io e un tu( attribuendo al tu ogni possibile valenza: se stesso,la natura,la donna,l’infinito,il sogno) come appare nella poesia “Quando si è in due” allorché sostiene che “ci si dimentica/persino di morire”.

E,infine,le parole che inventano  coraggio. E’ un coraggio nuovo nel poeta,che attinge all’impegno sociale e alla funzione civile della stessa poesia.

Certo, nel passato Bruni ha giustamente polemizzato (sostenuto anche da chi scrive in un articolo apparso sul giornale diretto da Grisolia) con Piromalli circa l’assioma: impegno politico= grande poesia ed arte.

L’arte se profetizza un mondo come dice kandiskji non ha però elementi concreti,né volontà,né è nella sua natura cambiarlo: ciò appartiene alla politica,ad altri ambiti non certo alla poesia.

Epperò, Pierfranco Bruni,pur essendo nel giusto in questa posizione di neutralità dell’arte nei riguardi dei problemi concreti della società, prende consapevolezza,forse anche per l’impegno politico che ha vissuto a livello istituzionale, di una venatura di impegno civile della sua poesia,nella sezione “Momenti” dove c’è la sofferenza del Cristo sempre crocifisso dal potere e dove le piazze hanno perso spesso  la funzione dell’accoglienza e del dialogo dell’agorà o dei vicinato dei paesi meridionali per diventare semplice esaltazione irrazionale e esercizio di populismo.

C’è comunque l’orgoglio della partecipazione di quel momento complesso e ambivalente,il 68, nell’affermazione del principio della conversione,della metanoia religiosa, eppur così vicina al laicissimo Marcuse di “la prima contestazione è migliorare se stessi”.

In questo suo cammino,dunque,di uomo e di poeta, prima di arrivare ad un provvisorio riappacificarsi,subito annullato” non mi sono ancora riappacificato con le lontananze”, il primo gradino di questa triade hegeliano è il singolo,è se stesso nei propri travagli,disagi,esaltazioni,sconfitte ed utopie,a volta rientrando negli schemi,altre volte rompendo gli argini convenzionali, perché “la salvezza è nel tradimento”, pur sapendo, o proprio per questo,che essa “è sangue di sofferenza”. Questo primo gradino si aggruma nella densità di un amore,travagliato,impastato di quotidiano,di sesso,ma anche di slanci mistici e dolore per la volontaria rinuncia: il verso assume respiro,si tramuta in narrazione, d’intonazione pavesiana, pur se in Pierfranco necessariamente manca il velo mitico,giacchè è amore ancora che lotta,che scarnifica e non è transitato nel ricordo inconcusso dell’impossibile.

Subentra poi lo slargarsi orizzontale del paese che,verticalmente,unisce il passato,come humus e stimolo di partenza, con il fare dell’oggi e la riflessione della maturità: in “Via Carmelitani” il paese si anima in idillii connessi ad immagini stillanti dolcezze o amabile ironia e già noti l’ambivalenza,il dissidio del poeta tra un tradimento  avvertito” ho tutto vissuto a metà” e l’orgoglio della estraneità che esalta e che dà il senso del suo essere, nuovo Mosè “i poeti sono in viaggio verso la terra promessa”( anche se come Mosè,il poeta non ha nessuna intenzione di vederla,questa terra promessa,per non morire di sazietà,servendogli solo il gusto di orizzontarsi e orizzontare gli altri verso di essa).

Infine,questo provvisorio confine, si dilata facendo un’operazione strana ed efficace: dopo il singolo che spesso ha abbandonato i sogni per arrendersi alla vita, dopo il paese che racconta un viaggio di nostalgia infinita, è il turno del tutto coinvolgente,il mito,ma vissuto in una prospettiva rovesciata: è il mito del quotidiano,di Elena che vive l’impotenza della solitudine,lei non più raggiante e capace di muovere alla guerra; è il mito che s’incunea nella storia ,nella letteratura,in un abbraccio universale di tutto ciò che l’umanità è ed ha prodotto .

E’ il mito inteso come consapevolezza della nostra finitudine ma anche dell’orgoglio del riscatto vivendo diversamente il contingente:”io sono altro o niente”.

Queste sfumature,di vita e di impostazione estetica, Pierfranco Bruni le affida anche al significato molteplice della parola”luna” che compare ,con grande suggestività, nel titolo del libro.

Per ben 34 volte “luna” compare all’interno dei versi del poeta,con aggettivazioni diverse per come diversa è la vita e quindi ad indicarne l’insufficienza e la sua precarietà.

Solo nella poesia citata,che ricompone l’equilibrio e l’armonia dissolta tra l’uomo e la divinità secondo uno schema classico e romantico, “Quando si è in due” essa emerge solitaria nella sua bellezza solare e verità,come rubino incomparabile,una luna comanche ,rossa che misteriosa osserva distese sconfinate, dune ondulate o occhi intrepidi di volti guerrieri:si può vivere di lune.





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A Cento anni dal Genocidio Armeno

A Cento anni dal Genocidio Armeno. L’attualità del tragico scontro tra Cristianesimo e Islamismo nel racconto di un popolo

 

 

di Pierfranco Bruni

 

 

 

Siamo in pieno Centenario del Genocidio Armeno. Una memoria che si decifra nella storia di una tragedia. Non dobbiamo dimenticare. Abbiamo il dovere di non di non dimenticare. Il sentimento del rispetto è il vissuto che si fa memoria da condividere soprattutto in un contesto come quello che stiamo vivendo. La cultura armena è una di quelle presenze etniche che andrebbe studiata con più attenzione e con un particolare riguardo soprattutto ai processi antropologici e religiosi che hanno una profonda matrice cristiana. Non può essere più non considerata una cultura a sé rispetto a quelle che vengono normalmente tutelate da una legge che salvaguarda e valorizza le lingue minoritarie (ma con le lingue chiaramente entrano in gioco anche gli aspetti etno – antropologichi e letterari.

Mi riferisco certamente ad una cultura che ha antiche radici e ad una “minoranza” che va considerata storica. Ha un patrimonio artistico e letterario abbastanza consistente e considerevole anche dal punto di vista di una letteratura che ha saputo esprimere una forte tensione sia politica che esistenziale.

Il più delle volte la presenza armena in Italia e in Europa la si fa risalire intorno ai primi decenni del Novecento in riferimento al massacro e al genocidio degli Armeni riferito al 1915 (c’è da precisare che il termine “genocidio” risale al 1943 e il termine fu creato da Raffaele Lemkel e si riferiva, allora, esclusivamente allo sterminio degli armeni durante la prima guerra mondiale) ma in Italia la loro presenta la si può registrare anche in quel patrimonio storico – artistico che è diventato un dato tangibile di una testimonianza che parla attraverso una griglia simbolica.

Uscendo dalla storia e dalla tragedia della storia del genocidio (fatto e dato che comunque resta sempre profondo e determinante nell’anima di un popolo) la dimensione cristiana del popolo armeno è dentro una manifestazione espressa dalle strutture che rappresentano il cammino o la diaspora di un popolo che si è trovato a vivere tutti i passaggi della temperie ottomana, musulmana e turca.

Su questi temi abbiamo scritto un libro io e Neria  De Giovanni con il contributo di Annarita Miglietta, Maria Zanoni, Mary e Manuela Avakian e Giancarlo De Pascalis dal titolo “Le parole per raccontare. Gli Armeni. Storia, cultura e letteratura”, Nemapress. Un libro che raccontare.

Gli Armeni, una piccola geografia tra i paesi russi e turchi, ha sempre cercato di integrarsi all’interno di un mondo profondamente euro – occidentale. Un dialogo mai interrotto tra la lingua e l’etnia e ciò lo si evince proprio dai codici letterari che costituiscono una delle chiavi di lettura più importanti per tentare di capire la spiritualità e la tensione umana dei passaggi epocali vissuti dal popolo armeno. Il mondo musulmano – islamico e il comunismo hanno lacerato il popolo cristiano armeno.

In “Pietre sul cuore – Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni”, a cura di Alice Tachadjian (Sperling), si può leggere: “…quando ancora ero una fanciulla/e ho cominciato a parlarti,/mia lingua armena,/a partire da quel giorno/come un gioiello ti ho stretto al cuore”.

La lingua come fenomeno condizionante in un processo in cui l’elemento etnico è dentro una identità cristiana e la lingua è la rappresentazione di una eredità che non può perdersi, che non può andare persa, che vive dentro i luoghi del pensare di una civiltà.

In fondo è una questione che tocca tutte le minoranze. I due riferimenti certi per non disperdere il vero valore de un popolo è nella tradizione e la tradizione si esplica sia grazie alla religione sia grazie alla lingua. Ancora nel testo citato si legge: “…in esilio, la religione e la lingua sono la garanzia della sopravvivenza di un popolo”. Dove vengono meno questi due “porti” viene meno la matrice ereditaria anche se alcune volte è necessario condividere una osservazione che recita: “Cerca di dimenticare, perché, se ricorderai, non potrai più campare.

La nostalgia è la più grave delle malattie, per noi immigrati”. La nostalgia è un concetto chiave nella visione antropologica delle minoranze. Perché queste minoranze non vivranno più realmente la geografia del ritorno. E il ritorno stesso diventa una “assonanza” mitica nell’esistere dei popoli minoritarie che hanno abbandonato il proprio Paese di origine. Il popolo armeno è stato attraversato da passaggi tragici. Non vanno dimenticati. Restano in una memoria le cui radici hanno una profondità fortemente cristiana. Questa cristianità oggi ha un forte senso sia storico che esistenziale proprio nella lacerazione tra Occidente ed Oriente,

 

 



 





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DALL’ALBANIA A CUBA LA POESIA DI PIERFRANCO BRUNI IN ESEMPLARI TRADUZIONI E INCONTRI A TIRANA E A CUBA

 

 

 

 

Altri testi di Pierfranco Bruni sono stati tradotti sia in albanese che in spagnolo per un prossimo incontro fissato sia a Tirana, il 7 aprile, sia a Cuba nel mese di maggio. I testi in spagnolo verranno presentati a Cuba nell’ambito di attività per promuovere la cultura italiana  tra Cuba e Santo Domingo.

La lezione ermetica nel processo letterario di Pierfranco Bruni ha segnato un preciso riferimento sia letterario che strettamente linguistico. La traduzione di alcuni testi confermano la linea ermetica e soprattutto le poesie che verranno presentate a Cuba presentano delle strutture che hanno rimandi, in modo particolare, a Garcia Lorca e ad un Ungaretti della prima stagione.

Ma il mondo andaluso è nella realtà culturale di Pierfranco Bruni come lo è il dato letterario albanese e la cultura albanese alla quale Bruni, sul piano storico – critico, ha dedicato diversi saggi e libri.

Così come a Garcia Lorca ha dedicato importanti scritti ed è stato uno dei poeti che lo hanno formato. Insomma tra il mondo andaluso, catalano, mediterraneo e quello albanese e balcanico si inserisce il modello poetico di Pirfranco Bruni. Un itinerario che ha caratterizzato tutto lo sviluppo e la ricerca che Bruni ha condotto nel corso di oltre quarant’anni.

Anche il romanzo “La pietra d’Oriente” avrà una nuova traduzione e a lavorare su queste pagine sono alcuni  studiosi dell’Università di Bucarest dove Bruni terrà una conferenza il 30 maggio.

 

ALCUNI TESTI POETICI TRADOTTI IN ALBANESE

 

7

Se le mie mani                                                         Ndëse duart e mia

Hanno toccato il tuo viso                                         nganë faqen tënde

Nell’ora del freddo                                                  tek hera e t’ngritit

È perché quando mi hai cercato                              qe sepse kur ti m’kërkove

Non ero con te.                                                         me tij u s’isha.

Non ho rimorsi                                                        Po s’kam pendime

Perché tu mi hai insegnato                                      pse ti më mësove

Che bisogna essere come le aquile                         se ka t’jihet si shqiponjat

Che volano oltre ogni nebbia                                 çë fjuturojën mbatanë çdo mjergulle

E vivono l’attesa                                                    dhe rrojën pritjen

Con il coraggio delle distanze                                me guximin e largësivet

Tra la pietà e l’indifferenza.                                  ndëpër lipisisë e indiferencës

Namasté!                                                               Namastè!

Mi hai detto il giorno                                            më thé atë ditë

Che mi mostrasti una pietra di sale                       çë m’buthtove një gur kripje

Custodita da anni negli angoli della nostra casa:  të vluar ka vite te jirat e shpisë sonë:

“Ama con la passione del guerriero                     “Duaj mirë/Dashurò me ëndën e luftarit

E quando l’amore comincia                                  e kur pra malli

A piegare le foglie                                                 është po t’ulënj fletat

Non indugiare a lasciare il porto                           mos mënò t’e lësh limanin

Per altri orizzonti.                                                  për horizonte të tjerë.

Ci saranno altri destini                                          Do të jenë të tjerë fate

Altre storie e altre donne                                       historì të tjera e t’tjera gra

Altre avventure                                                      ndryshe aventura

Che ti racconteranno la vita e la favola                 çë do të t’rrëfejën jetën e përrallën

Tu avventuriero che sfidi il tempo”.                     Ti aventurièr ç’mate me motin”.

Accolgo                                                                  E marr

Come se fosse una preghiera                                 sikur t’ish një lutje

Questo tuo pensare.                                               këtë mendimin tënd.

Ora che non ci sei più                                            Nanì çë ti s’je më

Padre mio                                                               oj tata im

So che ho bisogno                                                  e di se m’lipset

Di raccogliermi in un silenzio di epoche               të mbjidhem te një qetësì motesh

Per ascoltarti lentamente                                        për të t’gjègjënj daledalë

Con i segni che mi hai consegnato                         me shënjet çë më lëshove(dhe/lé)

Nelle strette dell’alchimia                                      nëpër rugat alkimike

Dei tuoi sguardi assenti.                                         të vrejtimevet të tu të bjerrë

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1.

 

Forse                                            Thomse

A ricordare il vento                     ndë kujtonj (vo) ajrin

Ascolto                                        gjègjënj 

Il gioco della tua voce                 lozjen e zërit tënd

Che segna                                    çë shënon

La vita dei giorni camminanti.    jetën e ditëvet çë ecjën.

Ora                                               Nanì

Ti avverto                                    të ndìenj

Come un volo d’aquila                si një fluturim shqiponje

Nello spazio                                te hapësira

Che ha raccontato                       çë rrëfyejti

In un solo attimo                         te një thërrimë herje

Il tuo e il mio tempo.                   motin tënd e timin.

-----------------------

 

2.

Sono stato                                             Vajta

A raccogliere                                        e mblodha

Rami secchi                                          dega të thata

Nel giardino delle rose sfiorite            te kopshti i trëndafilevet t’shkuara

E i tuoi passi                                        dhe hapat e tua

Sono il silenzio                                    (janë) qetësia

Che è strazio di mancanze.                  (ç’është) helm mungèsash (gabimesh)

Ho toccato l’uragano                            Ngava monostrofin

Nella notte                                            tek nata

In cui io tu e mia madre                       kur u, ti e mëma ime

Soltanto tu mia madre ed io                 vet ti, mëma ime e u

E nessun altro                                       e mos më njerì

Abbiamo custodito                               kemi ruajtur

La tua ultima notte                               natën tënde të sprasme

Nella casa                                             te shpia

Della palma strappata.                         e palmës së shqyer.

---------------------------------------

 

3.

E’ triste                                 Hjidhishëm është                                         

Viverti                                   të t’rrohet afër

Sapendoti distante.                kur dihet se je larg

Non è vero                            S’është vërtet

Che i morti                            se të vdekurit

Ci vivono accanto.                na rrinë mbanë

I morti                                   Të vdekurit

Misurano                               masjën

Semplicemente                     vetëm

L’assenza                              faregjënë

Tra rughe di nostalgia.          ndëpër dhilpash malli.

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(da “Come un volo d’aquila”, Nemapress, 2013).



 

 




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