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Celebrando Pirandello ci prepariamo, come Liceo, a D’Annunzio per gli 80 anni dalla morte
mercoledì 29 marzo 2017


di Marilena Cavallo*

Era il 1904 quando Pirandello dava alle stampe il “Fu Mattia Pascal”. Mutava il tracciato narrativo con questo romanzo che resterà il vero incipit di un secolo letterario e culturale come il Novecento. I personaggi diventano destino ma anche modello profetico nella nuova avventura disegnata da Giacomo Debenedetti. Noi come Liceo di Grottaglie abbiamo cercato di dare il nostro contributo su Pirandello con diversi incontri didattici e con la nostra partecipazione ai Colloqui fiorenti e il meritato successo dei nostri ragazzi e dell’intero liceo.

Con l’incontro del 29 marzo non si chiude certamente il ciclo dei dialoghi pirandelliani, ma proseguirà sino al prossimo anno perché Pirandello, come si sa, venne commemorato il 17 gennaio del 1937 da Massimo Bontempelli e, non solo sul piano scolastico, il legame con il Novecento resta fondamentale in quanto il prossimo anno cade un altro anniversario che è quello di D’Annunzio. Ma soffermiamoci su un dettaglio pirandelliano. Maria Zambrano scriveva: “Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova”.

Pirandello è sempre oltre la letteratura. Pirandello in quella sua terra dove il mito è arabo e greco e la lingua è un intreccio di koinè. In quella sua terra dove il sole incontra la luna e il racconto si fa mistero e favola. In un tale viaggio la maschera diventa follia!

I personaggi che diventano destino in una terra che ha radici scavate nelle civiltà. Pirandello non è mai storia. Ma nelle sue opere è possibile leggere il narrare delle storie e della storia. Dalla metafora della giara al Mattia Pascal. È sempre di più.

Il mistero intreccia la magia. La magia è fatta di sottili segni che toccano gli archetipi e quel mondo ricco di una alchimia che porta, come ho avuto modo di dire, al canto sciamano.

In Pirandello la sua Isola e la sua Girgenti sono un intrecciare di immagini di visioni e di dimensioni oniriche scavate nelle sue tradizioni e nel suo presente. Il suo presente è un non dimenticare le radici. La sua scrittura è impastata di una profondità onirica che va oltre ogni maschera perché le maschere sono il vivere e le ombre sono il passato.
Picasso è un attraversare il suo mondo. Ci sono maschere nude e corde di marinai che navigano la sua vita.
Pirandello tutto ciò che tocca non diventa mai storia. Ma mistero. Si arriva alla storia attraverso il mistero. Ecco perché apre una contemporaneità penetrante e i personaggi sono sempre linguaggio.
Le piazze di Pirandello hanno la metafisica di De Chirico ma sono comunque affollate di voci. Le voci hanno la metafora appunto della tradizione.
In fondo Pirandello innova il teatro però recupera una tradizione che è quella arabo - greca, come già si diceva. Il teatro diventa la piazza e la piazza è lo spazio luogo non luogo perché è il "largo " dell'anima.


Tutto è teatro in Pirandello. Forse l'erede diretto resta Eduardo De Filippo anche se i trascorsi e le esperienze sono diverse. Il gioco ad incastro tra i due sono sottili maschere ma soprattutto le lingue hanno una peculiarità.
De Filippo ha la tradizione napoletana, che ha molto di arabo, ma incarna la saggezza e l'ironia di Pulcinella. In Pirandello c'è il pupo tragico e umoristico. Comunque è il teatro che unisce la vita nella recita. La vita nella recita che si trasforma in recita nella vita. Allora. Picasso ha le maschere mute-nere-osservanti che parlano. Si dichiarano.

De Chirico ha le piazze vuote al cui centro sembra giungere il vento di echi lontani. De Filippo non smette di dire la verità considerandola come vita mascherata.
Pirandello è la sintesi di un dubbio infinito. Indissolubile. Tutto è indissolubile in Pirandello perché ogni parola è un segno e offre simboli.
I simboli di dichiarano nel tutto. Non ci sono luci riflesse. Ma metafore dichiarate.
Resta centrale il dialogante incontro tra Pirandello e la magia, De Filippo e l’assoluta ironia dolorante, Picasso e la profondità della maschera. Tre percorsi diversi nel sorriso sarcastico ironico Mediterraneo di Antonio de Curtis, ovvero Totò.

La maschera e l'infinito, la maschera e la profondità (Nietzsche) come apoteosi o come incipit in un viaggio magico che ci (mi) attraverso in un vortice di memoria che significa appartenere ad una terra e a un mare. Proprio in virtù di ciò possiamo ben dire che apriremo per il prossimo anno un dialogo a tutto tondo con Gabriele D’Annunzio.

Da il “Fu Mattia Pascal” ritorneremo al D’Annunzio de “Il fuoco” del 1900. Saranno gli 80 anni dalla morte di D’Annunzio il prossimo anno.

* Capo Dipartimento Lettere Liceo Moscati - Grottaglie - Taranto








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